Terrorismo. Non esistono vittime di serie A e serie B

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Quaranta anni fa, il 16 aprile del 1973, nell’eccidio di Primavalle, anche un bambino veniva arso vivo. Anni di omissioni e coperture conniventi hanno impedito di assicurare alla giustizia i responsabili, i sicari di Potere Operaio. Oggi il segretario del Pd Pierluigi Bersani ricorda con una nota i 25 anni dell’assassinio di Roberto Ruffilli. Noi ci uniamo alla commemorazione di questa vittima delle Brigate Rosse ma non esistono vittime di serie A e serie B. Non dimentichiamo il sacrificio dei fratelli Mattei e quello di Roberto Ruffilli.

Rileggendo Giovanni Raboni/ I grandi scrittori? Tutti di Destra

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Dov’è la Destra, cos’è la Destra? Da dove veniamo? Il berlusconismo è rimasto il nostro solo orizzonte? Oppure no? E allora quali sono le nostre coordinate? Domande che in questi giorni rimbalzano in ogni dibattito, in ogni incontro. Vi propongo allora questo pezzo che Giovanni Raboni, poeta e critico (orgogliosamente di sinistra) scrisse qualche anno fa per il Corriere. Vi sono spunti per riflettere e (ri)costruire. Buona lettura.

I GRANDI SCRITTORI? TUTTI DI DESTRA

Di Giovanni Raboni

Se c’ è qualcosa sui cui destra e sinistra sembrano essere, da un po’ di tempo, sorprendentemente d’ accordo è che in Italia non esiste una cultura di destra degna di questo nome: con il corollario o, invece, per il motivo che i cosiddetti intellettuali – categoria di cui fanno naturalmente parte, fra gli altri, i romanzieri, i poeti, i drammaturghi, insomma gli scrittori – sono «tutti di sinistra». Si tratta di una convinzione talmente diffusa e soprattutto, si direbbe, così profondamente radicata, da trasformarsi nell’ immaginario collettivo in una sorta di luogo comune metastorico: come, insomma, se non soltanto adesso e qui da noi, ma ovunque e da sempre vi fosse un nesso consolidato e in qualche modo fatale fra l’ essere scrittore e l’ essere «di sinistra». E una delle conseguenze di questa credenza o diceria è l’ atteggiamento di incomprensione se non di rifiuto, di estraneità se non di malanimo, di diffidenza se non di disprezzo nei confronti dell’ intera categoria, ravvisabile in larghi strati dell’ opinione pubblica piccoloborghese, a cominciare da alcuni dei più pittoreschi rappresentanti dell’ attuale maggioranza politica. Peggio per loro, si potrebbe commentare; ma anche, a pensarci bene, peggio per noi. Ma c’ è anche, forse, un altro modo di porsi di fronte alla questione, ed è quello di andare e vedere e il luogo comune che ne costituisce il fondamento non sia, per conto suo, almeno in parte infondato. È quanto, personalmente, mi sono proposto di fare, sforzandomi in primo luogo di ampliare decisamente la prospettiva, cioè di spostare l’ attenzione dell’ angusta e, ahimè, molto significativa attualità italiana a quanto è successo durante gli ultimi cento anni in ambito mondiale. E il risultato è quello che mi permetto qui di sottoporre alla riflessione dei lettori (di destra e di sinistra) eventualmente interessati all’ argomento. Per dirla nel più diretto e disadorno e a prima vista (ma solo a prima vista) provocatorio dei modi, la verità dei fatti è la seguente: che non pochi, anzi molti, anzi moltissimi tra i protagonisti o quanto meno tra le figure di maggior rilievo della letteratura del ‘ 900 appartengono o sono comunque collegabili a una delle diverse culture di destra – dalla più illuminata alla più retriva, dalla più conservatrice alla più eversiva, dalla più perbenistica alla più canagliesca – che si sono intrecciate o contrastate o sono semplicemente coesistite nel corso del ventesimo secolo. Per chi non volesse (e farebbe, sia ben chiaro, benissimo) credermi sulla parola, ecco un po’ di nomi, messi in fila secondo il più neutrale dei criteri, quello alfabetico, e mescolando (un po’ per non complicarmi la vita e un po’ perché si farebbe altrimenti, ai fini di quanto sto cercando di dire, più confusione che altro) ogni tipo di destra possibile: Barrès, Benn, Bloy, Borges, Céline, Cioran, Claudel, Croce, D’ Annunzio, Drieu La Rochelle, T. S. Eliot, E. M. Forster, C. E. Gadda, Hamsun, Hesse, Ionesco, Jouhandeau, Jünger, Landolfi, Thomas Mann, Marinetti, Mauriac, Maurras, Montale, Montherlant, Nabokov, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Pound, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa, W.B. Yeats… E non è finita; a parte, per un minimo di rispetto alla peculiarità del loro tragitto, ho tenuto infatti i transfughi dalla sinistra, quelli che sono stati folgorati, a un certo punto della vita, dalla rivelazione dei disastri e dei crimini del comunismo storico e che per questo hanno finito con l’ attestarsi su posizioni sostanzialmente liberali: Auden, Gide, Hemingway, Koestler, Malraux, Orwell, Silone, Vittorini… E a parte ancora, perché è impossibile immaginare quali sarebbero state le loro convinzioni e vicende politiche se il destino li avesse fatti vivere altrove, i grandi perseguitati da Stalin: Babel’ , Brodskij, Bulgakov, Cvetaeva, Mandel’ stam, Pasternak, Solzenicyn… Il tutto, s’ intende, salvo (probabilmente) omissioni. Ma ce n’ è già abbastanza, mi sembra, per mettere seriamente in discussione la credibilità della famosa equazione dalla quale siamo partiti: per il sollievo di chi detesta o teme la sinistra ma anche, per motivi magari un po’ più complessi, per il conforto di chi pensa che essere di sinistra sia una scelta etica e non una questione di appartenenza automatica o, peggio, una specie di privilegio di casta. Ma ancora più importante, a mio avviso, sarebbe prendere spunto da questo sommario censimento per cercare di liberarsi da un altro ancora più insidioso pregiudizio, quello secondo il quale una persona di sinistra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di sinistra e una persona di destra che scrive libri è ipso facto uno scrittore di destra. Non è così: il senso di un’ opera letteraria decidendosi e manifestandosi altrove, su un piano totalmente diverso da quello delle scelte di carattere ideologico e dei comportamenti di carattere politico. Tengo a precisare che non intendo affatto, con questo, pronunciarmi a favore dell’ irresponsabilità civile dello scrittore (e, più in generale, dell’ artista); al contrario, sono convinto che uno scrittore (un artista) debba rispondere delle idee che professa e degli atti che compie esattamente come ne risponde qualsiasi altro cittadino. Quello che voglio dire è semplicemente che le due sfere non coincidono necessariamente, anzi che molto spesso (per non dire il più delle volte) non coincidono; e che, per esempio, si può essere rivoluzionari nella scrittura e conservatori, o addirittura reazionari, in politica, e viceversa. E forse, spingendosi un po’ più in là, si potrebbe persino ipotizzare l’ esistenza di un oscuro, paradossale legame fra progressismo politico e conservatorismo stilistico da una parte e fra passione sperimentale e sfiducia nelle «magnifiche sorti e progressive» dell’ altra; le inquietanti vicende di due dei massimi innovatori (nel campo, rispettivamente, della prosa e della poesia) che la letteratura del ‘ 900 possa vantare, il collaborazionista e antisemita Céline e il filomussoliniano Pound, sembrano fornire, in questo senso, indizi non facilmente accantonabili. Ma lasciamo perdere; sarei già contento, per ora, di aver insinuato qualche dubbio sia nell’ animo di chi, a destra, vede in ogni scrittore un avversario politico, sia in quello di chi, da sinistra, scambia non meno ingenuamente ogni scrittore per un compagno di fede.

FILONI Moltissimi protagonisti della letteratura del Novecento appartengono o sono comunque collegabili a una delle diverse culture di destra.

NEL MONDO Barrès, Benn, Bloy, Borges, Céline, Cioran, Claudel, Drieu La Rochelle, T. S. Eliot, E. M. Forster, Hamsun, Hesse, Ionesco, Jouhandeau, Jünger, Thomas Mann, Mauriac, Maurras, Montherlant, Nabokov, Pound, W. B. Yeats

IN ITALIA Croce, D’ Annunzio, Carlo Emilio Gadda, Landolfi, Marinetti, Montale, Palazzeschi, Papini, Pirandello, Prezzolini, Tomasi di Lampedusa,

TRANSFUGHI A parte, dai nomi sopra indicati, vanno ricordati i «transfughi dalla sinistra»: Auden, Gide, Hemingway, Koestler, Malraux, Orwell. E in Italia: Silone, Vittorini

PERSEGUITATI Sono i grandi perseguitati da Stalin, impossibile dire quali sarebbero state le loro convinzioni e vicende politiche se il destino li avesse fatti vivere altrove: Babel’ , Brodskij, Bulgakov, Cvetaeva, Mandel’ stam, Pasternak, Sol enicyn

* pubblicato sul Corriere della Sera del 27 marzo 2002

La formidabile lezione di Benedetto XVI. Un grande Papa.

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th-1Di Marco Valle

Per una bizzarra coincidenza la Citta del Vaticano perde il suo sovrano proprio l’11 febbraio, ottantaquattresimo anniversario dei Patti Lateranensi, momento fondativo del più piccolo Stato del globo. Dopo otto anni e mezzo di regno il Benedetto XVI, al termine di una normale (almeno apparentemente…) riunione di lavoro, ha comunicato agli attoniti prelati presenti e al mondo intero la sua abdicazione. Per ragioni di età, salute, stanchezza. Tanta stanchezza. Per “il bene della Chiesa”.

Un gesto clamoroso ma persino prevedibile per chi ha seguito il personaggio Ratzinger. Nella grande confusione di questi giorni ricordiamo che nel 2010 in un libro intervista “Luce del Mondo” il pontefice aveva detto che se un Papa si rende conto di non essere più in grado “fisicamente, psicologicamente e spiritualmente di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l’obbligo di dimettersi».

Ciò nondimeno l’abdicazione rappresenta una svolta epocale di portata millenaria, un atto certamente legittimo dal punto di vista teologico e canonico ma, sul piano storico, in assoluta discontinuità con la tradizione della Chiesa. Una decisione pesantissima, che il professor Ratzinger — uomo di raffinata intelligenza e protagonista avveduto e competente delle logiche vaticane da oltre 30 anni — ha sicuramente meditato e valutato con attenzione. Da qui le domande, gli interrogativi. Le inquietudini. Una volta di più il Papato rivela a tutto tondo la sua centralità spirituale, politica e (non dimentichiamolo) mediatica.

Non a caso, accanto ad analisi serie e ponderate — vedi, ad esempio, Ferrara, Franco o Scalfari — non mancano — e come potrebbero?  — i giostrai del pettegolezzo, follie millenaristiche, stupidaggini su cupi profeti e improbabili fans — vedi gli auspici de “Il Manifesto” ormai ridotto a evocare Nostradamus — per un possibile “papa negro”.

E allora, senza fingerci vaticanisti ed evitando ogni sorta di “totopapa”, cerchiamo di tracciare qualche ipotesi di lavoro. In primis, sulla “gran rinuncia” certamente ha influito il ricordo dell’atroce agonia di Giovanni Paolo II. Per l’amico e principale collaboratore del magnifico polacco, la memoria della fase terminale del precedente pontificato — un tempo terribile in cui il declino fisico del gigante s’intrecciava all’annuncio di nuovi micidiali attacchi al Vaticano — debbono essere un ricordo fisso e intollerabile. Con tenacia teutonica e razionalità professorale, Ratzinger da tempo — come confermano i suoi scritti e le poche confidenze della cerchia ristretta — si sentiva inadeguato a proseguire e guidare il terribile scontro oggi in atto.

Nonostante il lungo ciclo woytliano — un momento di rilancio e d’orgoglio dopo i disastri montiani —, il governo della Chiesa rimane difficile, complesso. Troppo complicato per un uomo anziano, molto anziano. Di fronte alle terribili sfide della secolarizzazione e del relativismo — un’aggressione violenta quanto subdola, dai molti padri potenti e con un unico fine —, dinanzi all’offensiva del neoprotestantesimo — un impasto di filantropismo e laicismo che solo nella “morte di Dio”, vaticinata dagli eredi di Weitling, Barth e Whitehead, trova il suo scopo ultimo —, davanti alla terribile fragilità umana (ed economica…) di parte larga dell’apparato e la subalternità culturale a modelli agnostici, neoriformisti e progressisti dei tanti seguaci curiali del defunto Martini, Benedetto XVI si è, probabilmente, sentito stanco. Troppo stanco. E inidoneo.

Da qui la decisione. Una cesura netta e improvvisa, un terribile taglio alla tradizione che blocca i morbidi meccanismi — da tempo in atto — per il passaggio e che vede un Papa — caso unico nella lunga storia di Santa Romana Chiesa — vivente e attivo. Probabilmente arrabbiato, sicuramente scontento.

Attendiamo perciò un conclave straordinario che dovrà eleggere il successore di un “pontefice emerito” — figura inusuale e rivoluzionaria a San Pietro —  defilato, magari sfibrato ma non domo. Anzi. Insomma, per la prima volta nella storia assisteremo ad un conclave organizzato e voluto da un regista attento e — speriamo — capace di costruire una conclusione degna a un’esperienza spirituale e politica importante. Bella e giusta.

10 Febbraio/ La nitidezza di un giorno di febbraio lungo una vita: l’anima d’Italia

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_DSC3637 3Di Francesco Marotta

Il passaggio di una vita, l’infoibamento della storia per mezzo della ferocia titina, oggi, domani e sempre, vivida nel ricordo di un intero popolo. Cavità carsiche, italiane, soggette a mutare le loro particolarità naturali dagli aguzzini di Tito. La terra e il sangue fluido di un’italianità espropriata con inaudita ferocia da un uomo e da un’idea: Josip Broz Tito, “rivoluzionario” contrapposto all’etimologia del termine e fondatore del partito comunista jugoslavo che tutt’ora grazie alla scellerata benevolenza dell’ex Presidente Saragat, nell’inferno o nell’Ade in cui si trova, ha un volto sorridente. Felice, dell’onorificenza concessagli: <<Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana.>>. Il sangue è un richiamo, istriano e giuliano-dalmata d’Italia, di suolo, un organo vibrante della Nazione sradicato con voracità; l’assassinio e un biennio maledetto tra il 1943 ed il 1945. Rosso, di migliaia, 10.000 connazionali trucidati dalla sete internazionalista del “vivere comune” e un esodo di proporzioni inimmaginabili di 350 mila italiani costretti a lasciare la propria terra, l’Italia, pur di non essere vittime sconosciute dell’ infamia partigiana, jugoslava. Dell’odio verso ogni radicata espressione italica.

 La data del 10 febbraio spesso viene confusa. L’onore d’Italia e del suoi Martiri soggetti a un capriccio momentaneo e a una ciclicità irrazionale. Di un giorno e mai di un quotidiano, congiunti nell’essere istriani, giuliani e dalmati. Italiani. Contava lo sradicamento collettivo, l’annessione che all’epoca tentarono riuscendo mediocremente solo in parte, dell’annessione alla Jugoslavia di Tito, dei territori di Trieste, del Goriziano e dell’Istria. Le 24 ore e i minuti che scandiscono solo un giorno, il 10 febbraio, cessano di ricordare un differente inglobamento: cosmopolita, anch’egli vittima di una giornata dedita al ricordo politicamente opportuno ma italianamente parlando, evanescente. Comodità dei contenuti politici ? Senza forse, l’onore di essere prima di tutto un popolo, scevri da fratellanze, coalizioni partitiche a venire.

Onorare un martirio, un popolo tutto e mai una passerella: alle ore 15.00 a Milano in un Retro Duomo – Ex Camposanto, Fratelli d’Italia Milano ha ricordato il sacrificio umano, l’esodo italiano e l’ignobile arte del politicamente corretto. Una campagna elettorale quella di FDL condivisa e sotto più aspetti innovativa, senza cedere all’intensità di un sibilo, questa volta avente diritto al voto, rinnovatosi maldestramente in un occidentalismo lesivo. Alle 17.00, dopo un concerto interminabile, Ignazio La Russa co-fondatore del Movimento, manifesta ogni sua perplessità sull’argomento.”Il sindaco Giuliano Pisapia fa retromarcia sull’eccidio e più di un dubbio attanaglia i milanesi sull’unicità di una mirabile commedia sugli equivoci storici.” Una verità suggestiva, un’arte della politica che non lascia nulla al caso se non, per il Sindaco di Milano, l’ennesimo scivolone indifferente. E’ raro assistere a ripensamenti su una tragedia immane, quella delle foibe, rivisitata abilmente in un’attenta demarcazione delle colpe italiane, fissando lo sguardo dove all’epoca, al confine Orientale italiano, non sorgeva più il sole.

Ignazio La Russa non cade in fraintendimenti di sorta, richiamando alla mente una delle pagine indimenticabili per la Nazione. Sottolineando come la memoria del dramma degli italiani d’Istria, Dalmazia e Fiume, sia e rimanga «un punto fisso, irrinunciabile per la Destra, mentre per la sinistra da Togliatti al mediocre Pisapia e all’imbarazzante Vendola, gli eccidi, le foibe, i massacri contro gli italiani sono fonte d’imbarazzo e vergogna». Una rappresentazione storica veritiera, libera da ogni pregiudiziale ideologica: fermamente decisa a non essere perduta nel dimenticatoio revisionista da una parte di conterranei, atta a cancellare con un colpo di spugna bagnata di sangue una storia di un’idea malsana, capace di abominevoli massacri. L’ex Ministro della Difesa non arretra di un centimetro: da Togliatti a Vendola, la strada breve verso il comune di una città che non si riconosce nelle scelte impopolari di Pisapia, ne tanto meno “nell’attivismo ripulitorio” di cui è stato capace nei giorni precedenti la cerimonia commemorativa. Non occorre solo ricordare. Ignazio non sorride e il verso alla lingua tedesca, lo sberleffo al Governo Monti e alla sua supinità mendace è un’alternativa, una cadenza incompleta del giorno dopo i tecnici, per la Nazione: “la Germania cura solo i suoi interessi e Monti solo quello che sa fare ?” Una risposta che al di là di un’esecuzione poco improvvisata in lingua tedesca, merita però, risposte precise. Le riforme strutturali che l’Italia dovrà portare a termine. L’Europa dei popoli è una, quella del politicamente corretto anche nel giorno votato al ricordo italiano ed europeo, non può e non deve essere, soggetta a fraintendimenti. Sempre che chi distrusse l’Europa, oggi, non trovi d’innanzi a se terreno fertile alle facili polemiche.

 

MILANO/ IGNAZIO RICORDA LA TRAGEDIA DEGLI ITALIANI DI ISTRIA, FIUME E DALMAZIA

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th-1«Il ricordo della tragedia del confine Orientale è stata ignorata dall’Italia ufficiale per più di 60 anni, ma oggi  — grazie ad una legge da noi promossa e voluta — siamo qui a ricordare, a spiegare, a raccontare». Così Ignazio  a aperto ieri pomeriggio la manifestazione milanese di Fratelli d’Italia in piazza Duomo dedicata alle vittime del nazional-comunismo di Tito.

La Russa ha sottolineato come la memoria del dramma degli italiani d’Istria, Dalmazia, Fiume sia e rimanga per la Destra «un punto fisso, irrinunciabile mentre per la sinistra, da Togliatti al mediocre Pisapia e all’imbarrazzante Vendola, gli eccidi, le foibe, i massacri contro gli italiani sono fonte d’imbarazzo e vergogna». Da qui la condanna d’ogni negazionismo e necessità di una rappresentazione storica onesta, equilibrata e, soprattutto, vera. Giusta.